PERIODICO QUADRIMESTRALE DI CULTURA, PEDAGOGIA E DIDATTICA
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di Salvatore La Rosa   
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“Spesso confondiamo l’uomo con gli uomini
che abbiamo sotto gli occhi. Sappiamo assai
bene cos’è un borghese di Londra e di Parigi,
ma non sapremo mai cos’è un uomo.”.
Jean-Jacques Rousseau

 

Rivolgere l’attenzione al tema del rispetto, nella complessa temperie politica che da tempo attraversa il nostro Paese, è quasi un atto dovuto se si tiene conto delle diverse e variegate forme di mancanza di rispetto, da parte degli stessi rappresentanti istituzionali, verso organismi costituzionali, come li definiva Piero Calamandrei, quali la Scuola, l’Università, la Magistratura, oltre che verso la cultura e verso se stessi.
Il rispetto delle regole, il rispetto della verità, il rispetto delle donne, il rispetto del paziente, il rispetto dell’ambiente e in generale il rispetto delle istituzioni, dei cittadini, del diverso, dell’altro, sono alcuni ambiti di attenzione ai quali gli Autori di questo ventisettesimo numero della Rivista hanno dedicato le loro riflessioni. Riflessioni che inducono a pensare che, tra i diversi luoghi nei quali la categoria del rispetto va studiata ed analizzata, quelli della famiglia e della scuola costituiscono certamente la base primordiale.
E, dunque, il rispetto dei genitori da parte dei figli e dei figli da parte dei genitori, il rispetto degli insegnanti da parte degli studenti e dei loro genitori, il rispetto degli studenti e dei loro genitori da parte degli insegnanti, il rispetto tra i coniugi, quali relazioni di reciprocità, sono percorsi obbligati che conducono, come presupposto naturale, al rispetto delle regole.

Relazioni di reciprocità che, nel caso della famiglia e della scuola, possono apparire asimmetriche, sbilanciate, nel senso che una componente, quella dei genitori e dei docenti, ha una supremazia sull’altra, quella dei figli e degli studenti. In realtà non è così. Cinematografia, televisione e libri, oggi, raccontano le nuove dinamiche tra le generazioni a partire dal ruolo del padre, grande assente della scena familiare. Siamo nell’epoca dell’evaporazione del padre, dice Massimo Recalcati, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco: le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Certo, Telemaco si aspetta di vedere le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Ma Telemaco potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria.
Ciò che è in gioco, oggi, non è una domanda di restaurazione della sovranità smarrita del padre-padrone, non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri- testimoni.
Quale è allora il senso del rispetto dei genitori, del “rendere onore” al padre e alla madre al di fuori di logiche gerarchiche e di obbedienza acritica alla tradizione? Si interroga a riguardo Chiara Saraceno nel suo “Onora il Padre e la Madre”. E’ semplicemente il sentimento di obbligazione verso chi ci ha messo al mondo, e bene o male ci ha allevato, o include qualche cosa di diverso? Si potrebbe dire che “rendere onore”, un grado più elevato del semplice rispetto, è innanzitutto il riconoscimento del “debito di sé”. Non tanto o principalmente come debito della propria vita in senso letterale, dell’essere venuti al mondo, ma come debito di essere stati messi nelle condizioni di sviluppare le proprie capacità per tessere la propria vita. Riconoscere il debito di sé significa riconoscere ai genitori una generosità generativa a sostenere l’esistenza e le capacità dei figli nei limiti, e talvolta oltre, delle proprie risorse umane e sociali. In fondo è la stessa logica con cui si rende onore ad un maestro, in qualsiasi campo perché gli si riconosce la capacità non tanto di aver creato allievi o seguaci, ma di aver messo in moto e stimolato attitudini, creatività, di aver suscitato interessi, emozioni, valorizzato talenti.



 
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