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Pagina 1 di 3 “Riflettere è considerevolmente laborioso. Ecco perché molta gente preferisce giudicare”. José Ortega y Gasset
“Come raggiungere un traguardo? Senza fretta ma senza sosta”. W. Goethe
Prendersi una pausa, ragionare sul senso della vita e su se stessi, fermarsi e decidere di non decidere, scegliere di vivere con lentezza, restare in panchina, invertire la rotta, liberarsi dal “pensiero unico”, sono alcuni nuovi paradigmi sui quali l’uomo del terzo millennio si trova sempre più spesso a riflettere alla ricerca di soluzioni che l’aiutino a (ri)trovare la felicità. La crisi mondiale che da qualche tempo attanaglia i mercati, e non solo quelli finanziari, ha posto e pone inquietanti domande quali quelle formulate in occasione delle recenti “Giornate dell’economia del Mezzogiorno” svoltesi lo scorso novembre a Palermo su un tema emblematico e ricco di suggestioni “Economia e felicità”. Ci si è chiesto, fra l’altro: è possibile ancora immaginare il futuro dopo la crisi etica che ha minato alle radici il concetto di progresso? È possibile immaginare una evoluzione dei modi di vivere e di produrre al di là della tensione dialettica tra sviluppo e sottosviluppo? È possibile affrontare con fiducia un orizzonte carico di minacce legate al peggioramento delle condizioni ambientali come ineluttabile conseguenza di un desiderio globale di crescita nei consumi?
Il tema provocatorio della decrescita, oggetto di animati dibattiti, postula che solo una mutazione radicale del concetto di bene economico può stimolare un’ipotesi di evoluzione positiva capace di superare la dicotomia obsoleta sviluppo-sottosviluppo o l’illusione della sostenibilità. Dobbiamo liberare l’immaginario, reso schiavo di un feticcio apportatore di sventure: la parola sviluppo, sostiene da qualche tempo Serge Latouche. Occorre far capire alla gente che, scegliere la decrescita non significa tornare all’età della pietra, ma solo a quarant’anni fa, quando è iniziata la corsa allo spreco. La crescita “materiale” della civiltà occidentale ha sviluppato una società che non riconosce confini, che è priva del senso del limite. Ciò, vale non soltanto per la crescita della produzione ma anche per l’uso dello spazio, congestionato, e del tempo, sovraccarico. Una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta, afferma Giorgio Ruffolo, non solo perché non riconosce i confini ecologici e sociali della sua avventura, ma perché smarrisce il senso che solo il limite può attribuirle. È quello che viene a mancare nell’insensatezza della crescita, generando una instabilità e un’aggressività endemica. Di qui l’esigenza di una sosta, l’esigenza di arrestare la crescita in una condizione di “stato stazionario” retta dai due principi fondamentali dell’equilibrio ecologico e della correlazione sociale. Lo sviluppo, nella sua straordinaria creatività, ha dimostrato di generare, nelle stesse società ricche, nuove forme di povertà, marginalità, degrado ambientale, insicurezza, iniquità. L’intero edificio dello sviluppo, dice lo storico Piero Bevilacqua, è stato costruito su una doppia finzione: la pretesa eternità dei fenomeni sociali, la supposta infinità della natura. La fiduciosa convinzione di Kant che l’umanità fosse “in costante progresso verso il meglio” è diventata una superstizione di massa. Non a caso Norberto Bobbio, già alcuni anni prima della sua morte, si chiedeva “e se fosse invece in costante regresso verso il peggio?”. Si tratta di una domanda che aleggia poco intorno a noi, e poiché fa parte dell’intelligenza di un’epoca comprendere per tempo quando la storia muta il suo corso, gran parte dei problemi presenti derivano dal fatto che probabilmente la nostra non l’ha ancora pienamente compreso o non vi ha ancora riflettuto abbastanza. Occorre cioè accettare il fatto che un’epoca è finita e che la distribuzione delle risorse tra i protagonisti del mondo non potrà più essere la stessa, perché nuovi protagonisti si sono seduti al tavolo della distribuzione del Pil mondiale.
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